Superquark+: più di un sogno

Venerdì, durante la conferenza stampa in cui si annunciava l’uscita di Superquark+, per la prima volta ho realizzato che forse stava succedendo davvero: un altro sogno che si realizza.

È iniziato tutto poco più di un anno fa, con una telefonata arrivata verso le 14.30, mentre stavo iniziando a pranzare. Numero sconosciuto, fame, piatto che si raffredda… convinta che fosse un call center che voleva propormi qualche offerta, ho risposto un po’ seccata con quella fretta che ti spinge a chiudere senza neanche sentire la prima frase fino alla fine.

“Giuliana Galati? Stiamo cercando giovani divulgatori per un progetto della RAI…”

Ci sono sogni che son lì, nel cassetto, da sempre. Ma in un cassetto in alto in alto, di quelli che non ci arrivi nemmeno con la scala. Son lì conservati, sai che ce li hai, ma non pensi davvero di poterli raggiungere. Non sono fisicamente impossibili, perché in teoria non violano nessuna legge dell’Universo, ma potremmo dire che lo sono statisticamente, nella pratica.

All’improvviso la scala per raggiungere quel cassetto era lì. Dovevo solo trovare la chiave per aprirlo.

A quella telefonata è seguito un periodo lungo e agitato. I provini. L’incertezza. La presa di coscienza di quanto fossi lontana dalle loro aspettative. La caduta nel baratro, per un po’, all’idea di essere arrivata così vicina al cassetto… senza riuscire aprirlo.

In quel periodo, oltre poche amicizie con cui mi ero confidata, mi sono stati di gran supporto ed esempio due astronauti: Samantha Cristoforetti e Paolo Nespoli, anche se loro non lo sanno e non mi conoscono.
Nel suo “Diario di un’apprendista astronauta“, che avevo appena iniziato a leggere, Samantha racconta dei lunghi periodi di attesa dopo ogni step della selezione. Descrive, senza remore, i suoi fallimenti, le sue cadute e come queste siano state uno sprone per impegnarsi il doppio. Molto schiettamente Samantha afferma che non basta avere un sogno e impegnarsi per realizzarlo: in certi casi ci vuole anche una dose smisurata di fortuna. Quant’è vero!
Paolo Nespoli, invece, è la prova che in qualche caso la caparbietà può farci arrivare alla meta anche se alla partenza ci mancano un po’ di pezzi: quando decide di realizzare il suo sogno d’infanzia, diventare astronauta, ha 27 anni, non è laureato e non conosce l’inglese. E, se non erro, proverà tre volte il concorso prima di essere selezionato, quando ormai per molti era diventato “troppo vecchio” per essere scelto. Non si può realizzare un sogno senza nemmeno provarci!

Io la mia dose di fortuna l’avevo avuta. Adesso dovevo mettercela tutta per trovare quella maledettissima chiave e aprire il cassetto. Ho passato venti giorni davanti a una telecamera, riprendendomi e riguardandomi anche 5-6 ore al giorno o più. Facevo vedere i video ad amici e parenti chiedendo opinioni e consigli. Ogni volta ne ricavavo una lunga lista di punti… ma era solo l’inizio!

A fine gennaio l’avventura inizia sul serio. Mi comunicano che sono a bordo, d’ora in poi le incertezze riguarderanno più che altro l’approvazione del progetto.

Se avete visto le puntate, avrete notato che il nostro spazio è di circa 3 minuti. Che sarà mai preparare 3 minuti?
Si inizia facendo ricerche sul tema, poi si butta giù un canovaccio, che viene letto, modificato, riscritto, riletto, rimodificato e così via fino a quando non raggiunge il via libera per essere inviato a Piero… e se va bene non bisogna ricominciare da capo.
Seguono prove di registrazione a casa. Molte nel mio caso, prima di inviare il video a chi di dovere.
Ricordo ancora benissimo la mia soddisfazione quando ho inviato il primo video. Nei mesi precedenti avevo seguito un corso di dizione e di intonazione. E col docente del corso avevo studiato la dizione e l’intonazione da dare al brano. Quel canovaccio era diventato un caos di accenti e annotazioni. Gli amici avevano dato un ottimo giudizio al mio video di prova. Ero fiera dei miei progressi.
Chi di dovere vede il video e mi telefona. Rispondo pronta a ricevere complimenti e quello che sento è: “Ciao Giuliana, ho visto il video e NO. Proprio NO. Scusa se te lo dico così con franchezza, ma NON ci siamo. Assolutamente NO.” ….

Seguono altre prove a casa, in hotel, in redazione, registrazioni su registrazioni in studio… e spero che alla fine il risultato sia per lo meno decente! Se lo è, il merito è di tutte le innumerevoli persone che hanno continuato a darmi consigli e incoraggiarmi (anche coi loro “NO!”), se non lo è… la colpa è solo mia!

La verità, però, è che in questi mesi mi sono soprattutto divertita. Per molti Superquark è Piero Angela, ma nella realtà Superquark è un’orchestra fatta da innumerevoli persone: alcune le vedete nei servizi esterni, di altre potete leggere solo i nomi in coda agli episodi. Senza di loro nulla sarebbe possibile e nulla sarebbe così com’è!

Alla fine di questa esperienza posso dire senza dubbio che ciò che più porterò nel cuore e per cui sono più grata sono i momenti passati con questa squadra meravigliosa: le risate, le mangiate, le chat, gli scherzi, le reciproche bonarie prese in giro, le infinite disquisizioni sul burro, “il solito hotel” che diventa una casa, gli imprevisti, gli abbracci e la felicità che tutti noi sentivamo una volta giunti al traguardo.

E allora lasciatemi spendere qualche altra riga per ringraziare coloro con cui ho condiviso questi mesi…
Un grande grazie va a coloro che non vedete perché “nascosti” dietro computer, telecamere, scartoffie, contratti, trasferte, montaggi, social, promozione e così via: Emanuela Capo, Cristiano Leuti, Bruno Mastroianni, Manuela Palelli, Valeria Vaglio.
Grazie agli storici autori di Superquark, con cui spero di poter continuare a collaborare per imparare dalla loro esperienza: Elisabetta Bernardi, Barbara Bernardini e Barbara Gallavotti.
Un grazie speciale va a Paolo Magliocco, per tutto e in particolare per la pazienza veramente infinita che ha dimostrato di avere di fronte alla mia testardaggine nella scrittura dei pezzi e imbranataggine di fronte alla telecamera!
Grazie anche a Davide, Luca, Edwige e Ruggero (che ha raccontato la sua esperienza qui), gli altri quattro giovani divulgatori con cui abbiamo condiviso questa fortuna e … tutti i sintomi di una acute sindrome dell’impostore!

 

TEDxArendal: a great adventure!

A metà luglio, mentre tornavo a casa devastata da una cena troppo abbondante, mi arriva una mail.

Dear Giuliana,

We are wondering if you might be interested in giving a talk about your
work on our stage, TEDxArendal in September this year? Our event is on
September 8 and 9.

La mail continuava con numerosi dettagli sull’evento, che non facevano che crescere l’ansia e lo stupore. Per due notti non ho dormito e non sapevo se accettare o meno. I TED sono per me l’apice della divulgazione, ne ho visti a dozzine, e parlare a un TEDx era uno dei traguardi che, da poco più di un anno, mi ero data nella vita. Uno di quei traguardi irrealizzabili, che avrei cercato di realizzare “da grande”.

I TED talk hanno caratteristiche ben precise: durata tra i 3 e i 18 minuti, generalmente lingua inglese, fruibilità per un vasto pubblico. E anche uno scopo ben preciso: diffondere idee “worth spreading“, cioè che valga la pena diffondere, e “inspire people“, cioè essere fonte d’ispirazione.

Ero pronta già adesso? Sarei stata all’altezza? Il mio argomento era degno delle loro aspettative?

Alla fine ho accettato, ma solo perché ho pensato che certe occasioni vanno prese al volo. Ancora non sapevo esattamente a cosa andavo in contro…

PREPARE your talk • BOOK YOUR TRAVEL and tell us about it • DEADLINE slides August 25th • LAST ONLINE REHEARSALS August 30th • REHAERSE AS NEVER BEFORE and BE your talk • SLEEPLOVE your beloved ones • WE love you • YOU are going to do great at TEDxArendal • Have a safe travel • See you soon

Agosto è stato un mese delirante. A impegni lavorativi (e non) già presi precedentemente si è aggiunta la preparazione del talk. La più complicata che avessi mai affrontato.

Per fortuna gli organizzatori di TEDxArendal non mi hanno lasciato sola, ma hanno seguito passo passo la preparazione: il canovaccio del talk, le slide, le immagini… e una volta che tutto era pronto è iniziata la fase peggiore: “rehears, rehears, rehears as you never did before”. Inutile dire che dopo qualche giorno ero già stufa di ripetere. Mi svegliavo e dopo colazione ripetevo, camminavo ascoltando l’audio del talk, prima di andare a letto lo ripetevo di nuovo… La nausea!

Finalmente è suonata la sveglia alle 4.40 della mattina del 6 Settembre: rotta verso Arendal con 3 aerei, corse forsennate per non perdere le coincidenze e un’ora di auto. All’aeroporto trovo ad attendermi Tina, la mia Ambassador: ogni speaker, infatti, aveva come riferimento un volontario pronto ad accoglierci, farci sentire a nostro agio, aiutarci di fronte a qualunque problema, rispondere alle nostre richieste.

Arendal è un piccolo paesino, molto carino. La location del TEDx è un teatro moderno, enorme e bellissimo, di fronte a cui sono stati costruiti per l’occasione due dome (qui un video dall’alto). 150 volontari lavorano alla riuscita dell’evento e noi speaker siamo trattati e considerati come vip. Tre giorni passano in fretta, tra dressed rehearsal, cene con gli altri speaker, gli organizzatori e gli sponsor, pioggia quasi ininterrotta e un meraviglioso giro in barca tra i fiordi non appena il Sole ha fatto capolino.

Infine arriva il 9 sera, con la seconda e ultima sessione di talk, in cui è programmato anche il mio.

Dietro le quinte, nella green room riservata agli speaker, c’è un’atmosfera tesa ma gioiosa. Divani, frutta, cioccolata, patatine, cibo vario e bibite a disposizione (ma chi aveva fame con tutta quell’ansia??), uno psicologo pronto a rassicurarci e sostenere eventuali crisi d’ansia, truccatrici e camerini a disposizione per chi voleva concentrarsi e preferiva rimanere in isolamento. E poi, finalmente… il mio turno.

Inutile dire che al momento di entrare sul palco stavo cadendo e ho rischiato di fare un’entrata a sorpresa in scivolata. Non so come, ma sono riuscita a recuperare l’equilibrio, solo che il cuore, che già batteva all’impazzata prima, ha raddoppiato la velocità del battito, e per tutto il talk mi sentivo in trance, sopraffatta dal numero di persone che mi circondavano, dato che anche sul palco c’erano tre gradinate per lato con ulteriore pubblico. Il teatro era tutto pieno, mi hanno detto che c’erano circa 1000 spettatori. Le gambe non hanno mai smesso di tremare, mentre cercavo di muovermi con nonchalance sui tacchi.
Mentre ero su quel palco, nonostante tutta l’ansia, mi sono sentita per la prima volta “grande”. Non nel senso di brava, ma nel senso di adulta. Il sogno che volevo realizzare “da grande” era lì, sotto i miei piedi, e forse era lì perché, senza accorgermene, all’improvviso non ero più una ragazzina agli occhi degli altri e miei.

E… sono sopravvissuta!!! Finito il talk sono rientrata dietro le quinte e gente dello staff mai vista prima mi abbracciava calorosamente complimentandosi. La foto che segue non sarà quella in cui sono venuta meglio, ma è l’unico ricordo che ho della gioia immensa nel rientrare nella green room dopo il talk e unirmi a chi aveva stampato in viso l’aria rilassata di chi ormai ha finito!

…. End ….
23:30 – 01:30 Afterparty: meet the other speakers, the audience, hang out, dance, mingle, relax and enjoy!:) You’re done! You survived! Life is good.

Adesso, anche se sono passati un po’ di giorni e mi sembra sia passata una vita, non mi resta che ringraziare tutti, in ordine sparso, in varie lingue e sperando di non dimenticare nessuno…
[I really want to thank many of you, in random order, in different languages, and I hope not to forget anyone… and sorry if the post was in Italian!]

  • James, none of this would have happened if it wasn’t for you! Sometimes there are lucky and improbable coincidences in life and meeting you has been definitely one of these. Thank you also for changing the direction of my talk at the very last: it has been really challenging, but then I felt much more satisfied by it!
  • Céline, you’re a great organizer! Thanks for having followed the preparation of my talk… I’ll never forget you accepted to do a skype call at 8 am on Sunday in August!
  • Tina, the best ambassador ever! You’ve been fantastic, taking care of me like a friend, even if we had met just a couple of hours before!
  • Linda, Jenni and Marzia: you all helped me a lot improving my English grammar and my bad pronunciation… Grazie per la vostra infinita pazienza!
  • All the other speakers: you were all great and your talks were really inspiring! It has been very nice to share this adventure with you, including the anxiety before the talk and the joy after it! We all survived!
    Special greetings to some of you: Guro, that now is too young to solve the big gender problems in science research field, but with her battle for small changes is really trying to make the difference, and her fantastic parents; Sartaj, even if he didn’t show us his long hair, he impressed everyone with the combo “I’ll do a workshop on death and a talk on kamasutra!”; Miguel, with the incredible story of ThePancakeBot and the special, super tasty, TEDx pancakes; Jokke, that said he found more scary to go on the TEDx stage than jumping into the void wearing a wingsuit; the sweet Rachel; Oskar, not only a speaker but also the psychologist behind the scenes, ready to solve speakers’ panic attacks; Lene Marie for the strength she hides inside and her inspiring words; Dave, the boat trip mate; Angela, that -unfortunately for her- is not italian; Nancy that inside is younger than me, even if she was the older on stage; Håkon, that as me was “robbed” from the airport security for just extra 25ml; Svein, the best friend of the Lion King, and his wife; Anne Lise and her husband; Mozhgan; Svend; Karen; Venke; Aase Helene; Mike; and the others with whom I didn’t have chance to chat so much.
  • All the presenters, especially Yvonne, that wrote my presentation
  • Thanks to ALL the 150 volunteers, including the ones that I’ve never met, the ones that built the domes and did tons of stuff I don’t even imagine. This event was great and if Arendal has become one of the best TEDx is also because you’re a great team!
  • A special thanks goes to all the ambassadors, to the volunteers behind the scenes, to the ones I talked with or that helped me in something: I remember all of you, even if it’s hard to cite everyone.
  • Grazie a Paolo, per avermi fatto appassionare ai TED (e quindi, indirettamente, aver innescato la serie di eventi che mi ha portato fin qui) e per tutti i suggerimenti su come migliorare dal punto di vista comunicativo
  • Last, but not least, grazie agli amici e colleghi, che da ogni dove hanno tifato per me, mi hanno dato consigli, hanno seguito il mio viaggio e si sono sorbiti i miei racconti pieni di entusiasmo

 

E adesso? Dopo questa esperienza sono diventata TEDx-Addicted. Non ho ancora un nuovo obiettivo per quando sarò grande, ma so che voglio ripetere l’esperienza!

“What we can learn from neutrinos is that particle physics connects us all”

 

Ps. il video non è ancora disponibile, quando lo sarà lo linkerò anche se mi vergogno tantissimo. Promesso!

AGGIORNAMENTO 17/10/17: Ecco il tanto atteso video.. ma solo perché ve l’avevo promesso: https://www.youtube.com/watch?v=wtoDRhWD5RA.

Fatemi sapere che ne pensate!

A scuola di Media e Comunicazione con le Radio Universitarie Italiane

Si chiude oggi la Raduni Summer Media School 2017, scuola di media e comunicazione organizzata dall’associazione di operatori radiofonici universitari RadUni, ideata con lo scopo di approfondire gli aspetti più oscuri della comunicazione digitale.

Dal 28 Agosto al 1 Settembre, presso l’Università della Magna Grecia di Catanzaro, gli studenti che danno vita (e voce) alle radio universitarie italiane hanno approfondito alcuni degli aspetti più controversi del mondo dei social media e della comunicazione digitale per comprendere le pratiche della buona comunicazione e della corretta divulgazione, in un mondo sempre più connesso e governato dalle regole del mercato digitale.

Gli organizzatori mi hanno chiesto di raccontare, durante la serata di benvenuto, l’esperienza di Scientificast, primo podcast scientifico italiano.

 

Durante la prima giornata, invece, ho spiegato il lavoro del CICAP, tra metodi d’indagine su paranormale e pseudoscienze e il difficile approccio del debunking e della divulgazione in questo settore.

 

 

Il programma completo lo trovate qui.

Ringrazio ancora gli organizzatori per il duplice invito e per la calorosa accoglienza, e faccio i miei migliori auguri a tutti gli studenti simpaticissimi conosciuti. Continuate così ragazzi!

Conferenza sotto le stelle: il mistero degli antichi astronauti

Complicate astronavi e uomini (o alieni?) in tute spaziali sono raffigurati in numerosi reperti storici. È la prova che Sumeri, Egizi, Maya e altri popoli erano così evoluti da compiere viaggi spaziali? Graffiti rupestri inequivocabili sono stati trovati anche in Italia. Qual è la verità?

Venite a scoprirlo il 27 Luglio all’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, con una combo da paura: una mia conferenza sul Mistero degli Antichi Astronauti, aperitivo preparato da R&G Catering e osservazione del cielo con l’Unione degli Astrofili Napoletani.

 

Attenzione: all’evento si può accedere solo su prenotazione e metà dei biglietti sono già stati venduti in appena 3 giorni!

Per iscriversi: https://goo.gl/FSmgj4
Per ulteriori informazioni consultare l’evento su Facebook o scrivere a: barbato@na.infn.it

Parco Avventura Scientifico a Scampia

Stamattina, insieme a quella potentissima squadra dei ragazzi dei PONYS (Physics & Optics Naples Young Students), sono andata nel parco di Scampia con l’intento di trasformarlo, per mezza giornata, in un “Parco avventura scientifico”. L’idea era di proporre ai bambini – ma non solo – tre percorsi tematici: Onde, Energia ed Elementi, ognuno fatto da tre tappe in cui venivano spiegati dei concetti di fisica, con l’aiuto di esperimenti costruiti con materiali semplici. Prima di iniziare un percorso venivano consegnati, oltre alla mappa del parco con le varie tappe, un quiz con tre domande e un “Passaporto scientifico”, su cui collezionare timbri per ogni tappa  completata. A questo si aggiungeva una postazione di Fisica dello Sport e una dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare). L’iniziativa fa parte del progetto “Rete dei Parchi”, organizzato dall’assessorato all’ambiente del Comune di Napoli per la riqualificazione dei parchi e dei quartieri disagiati di Napoli e rientra nella manifestazione internazionale “March for Science”, che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica e politica sui temi della ricerca scientifica.

Il progetto mi era piaciuto fin da subito, ma è inutile nascondere che sono partita con innumerevoli pregiudizi. Ho svuotato la borsa, evitato di portare il portafoglio e quasi fatto testamento. Ero pronta agli attacchi da parte degli “scugnizzi” e pensavo che ai bambini non sarebbe importato molto delle nostre spiegazioni, avrebbero distrutto il possibile e rubato il resto. Alcuni episodi del genere, infatti, si erano già verificati a Piazza del Plebiscito in occasione di Futuro Remoto, una manifestazione ben più controllata. Per la prima volta, inoltre, ero stata assegnata a “Fisica dello Sport”, dove ero sicura che i palloni usati per gli esperimenti avrebbero attirato i più… “irrequieti”.

Appena si entra a Scampia il degrado colpisce come uno schiaffo improvviso. Si passa da una città “normale” a un’altra dimensione, difficile da descrivere a parole. Non ci ero mai stata e non avendo nemmeno mai visto le serie tv o i film girati qui non avevo bene idea di cosa aspettarmi. Passando vicino alle Vele lo sconforto è tanto. C’è il Sole, ma in mezzo a quei palazzi regna l’oscurità. Nella penombra, tra i panni stesi, si distinguono una miriade di scale incrociate che vanno da un palazzo all’altro intrecciandosi e dando l’immagine tangibile di una società intricata e losca. Su Wikipedia ho letto che furono realizzate nell’ottica di un «progetto abitativo di larghe vedute» dall’architetto Franz Di Salvo, del quale sono l’opera che meglio rappresenta la «poetica architettonica dell’architetto». Poetica architettonica… Poetica… Poetica?

Passo oltre nel racconto, ma la vista di quei palazzi è qualcosa che continua a riapparirmi negli occhi, lasciando dentro di me un misto di angoscia e voglia di tornarci, capire, vedere da vicino.

Il parco è a due passi dalle Vele. È grande, molto grande, e tenuto benissimo. Ci sono prati verdi, giochi per i bambini, glicini. Un’oasi di pace che col Sole appare ancora più bella.

Ci sparpagliamo alle varie postazioni e man mano iniziano ad arrivare i bambini. Talvolta una marea di bambini tutti insieme. Sorridiamo spaventati nel vedere il primo gruppo marciare verso di noi. E poi l’incontro. Il terribile incontro con dei bambini meravigliosi, pieni di curiosità ed entusiasmo. Una miriade di caratteri diversi che vengono fuori come fuochi d’artificio, più spontaneamente – o almeno questa è stata la mia impressione – che altrove, forse perché la maggior parte erano lì da soli, senza genitori che li controllassero. Bimbe timide, ragazzini con la maglia del Napoli ed enormi brillantini all’orecchio, bambine con le trecce, bambini con gli occhiali. Tutti che volevano provare e quando avevano capito un meccanismo o un concetto chiamavano gli amichetti e tentavano di spiegarlo anche a loro, come se avessero appena compreso il segreto dietro una magia. Molti ci mostravano fieri il loro Passaporto scientifico pieno di timbri: “ho completato tutti e tre i percorsi e ho sbagliato una sola domanda!”. Bambini che chiedevano il permesso prima di salire sulla pedana rotante, pezzo forte delle nostre dimostrazioni, e quando poi dovevano girare la ruota, altro pezzo forte degli esperimenti che mostravamo, lo facevano insultandola in un gergo che capivo a stento, sperando che così andasse più veloce.

Quando è arrivato il momento di sbaraccare non volevano più andar via: “ci siete anche sabato prossimo?”, hanno chiesto speranzosi. Alcuni, piccoli scienziati in erba, erano intenti a inventare nuovi esperimenti mettendo insieme le cose che avevamo spiegato loro. Prima di andar via ci hanno restituito tutti i palloni, le palline, le corde.

Sono qui a raccontare di questa giornata appena trascorsa e ho gli occhi un po’ lucidi, perché più che in ogni altra occasione i bambini incontrati oggi mi hanno emozionato, e credo di ricordare quasi tutte le loro facce e i nomi di tutti quelli a cui l’abbiamo chiesto. Se oggi abbiamo dato qualcosa a questi bambini non è niente in confronto all’entusiasmo che loro hanno dato a me: ho abbattuto un pregiudizio.

Ps. #GoPONYSGo!

FameLab 2017: Masterclass

Poco più di una settimana fa ero nel bel mezzo della Masterclass di FameLab a Perugia: un’esperienza incredibile che è andata ben oltre le mie aspettative.

Tutto era iniziato quando, incurante di essere nel ciclone chiamato “Consegna-della-tesi-di-dottorato”, ho deciso di partecipare a FameLab, un talent show in cui scienziati, ricercatori e studenti universitari si mettono in gioco con lo scopo di raccontare, in soli 3 minuti, un argomento scientifico.

Così, a Marzo, in 10 città italiane, si sono svolte le due prime manche, che hanno portato alla selezione di 20 finalisti, tra cui la sottoscritta, che si sfideranno il 12 Marzo a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica, e per prepararsi a questo grande evento hanno partecipato a una Masterclass che si è svolta a Perugia dal 7 al 9 Aprile.

Sono partita per Perugia con un grande entusiasmo: partecipare alla Masterclass era il mio primo obiettivo e non vedevo l’ora di apprendere tecniche segrete su come migliorarmi. Lungo la strada, però, l’entusiasmo ha lasciato spazio all’ansia di conoscere i miei avversari, gli altri 19 concorrenti che avrei dovuto studiare attentamente. Così, quando giovedì sera ho iniziato a conoscerne alcuni li ho guardati in cagnesco. Sì, li ho guardati in cagnesco per 10 minuti circa: il tempo di ritrovarci seduti allo stesso tavolo a ridere e scherzare.

I tre giorni di Masterclass sono stati una tempesta di nozioni, esercizi, improvvisazione, consigli. Immersi nel sole e ospitati dal POST (Perugia Officina della Scienza e della Tecnologia), siamo diventati in poco tempo un gruppo affiatato il cui unico obiettivo era migliorare se stessi, grazie alla guida in particolar modo di Frank Burnet e Massimiliano Trevisan. Preziosissimi sono statianche i consigli di Leonardo Alfonsi, Mattia Crivellini e Irene Luzi.

Abbiamo parlato di perché e come comunicare la scienza e come costruire “ponti” tra tra gli esperti e i non esperti, ci siamo improvvisati attori e abbiamo cercato le (o la!) parole giuste per comunicare un messaggio. Le varie lezioni mi hanno aperto la mente e hanno rivoluzionato il mio modo di pensare la comunicazione. Devo ammettere che non pensavo avrei imparato così tanto, perché credevo che, nel corso degli anni, l’esperienza nelle situazioni più disparate, dalle conferenze nei pub agli eventi in piazza, e soprattutto l’attenta osservazione di comunicatori eccellenti, avessero già migliorato il mio modo di comunicare. Non sono che all’inizio invece: ho ancora tantissimo da imparare!

A suon di false presentazioni, giochi di specchi parlati, “Convergenzaa!!” e palline invisibili rosse, blu e gialle, i 19 avversari appena conosciuti si sono ben presto trasformati in 19 alleati, nuovi amici pronti a dare consigli e riceverli, compagni con cui crescere in vista di un evento che non non vivo più come una competizione uno contro l’altro, ma uno spettacolo in cui cercare di convincere la bellezza di 650 spettatori che la scienza è bella e varia.

Così, l’ultima sera, ci siamo ritrovati a cantare mano nella mano “Auld Lang Syne” , tipica canzone della tradizione scozzese in occasione di congedi, separazioni e strazianti addii, trasportati dal nostro ormai amato mentore Frank…

 

… per poi fare il nostro ingresso trionfale in Piazza IV Novembre, gremita di gente, zittendo tutti:

 

Ok, eravamo un po’ ubriachi (forse), ma… dite un po’, sembriamo mica 20 avversari?

FameLab 2017: abbiamo già vinto tutti!!

 

Sulle slide che passano di moda

Nel lontano 2009 tenevo la mia prima conferenza CICAP, in un bar in provincia di Bari.

lunarcaffe

Adesso riguardo quelle slide esattamente come potrei guardare qualcosa di quando erano giovani i miei genitori, pensando che sia proprio roba di un’altra epoca: una versione di PowerPoint che risale a chissà quando, animazioni terrificanti, sfondo nero e scritte bianche che abbagliano anche l’ultima fila, colori a caso. Mi rimprovero da sola nel rivederle, anche severamente, poi penso che all’epoca il puntigliosissimo S., mia guida e punto di riferimento per gli affari cicappini, le aveva viste e approvate, quindi forse è proprio che in 7 anni c’è stata una evoluzione dell’estetica delle slide.

Chissà se tra altri 7 anni riguarderò le slide che sto preparando per la conferenza di domani e penserò la stessa cosa. Per ora mi preoccupa di più l’eventualità di fare battute che non fanno ridere nessuno.

Ah, se siete in centro domani, sabato 10 dicembre 2016, e non avete voglia di seguire il partner per negozi o vi siete stancati di camminare, passate alla Taverna del Maltese. Se vi sembra stia facendo una battuta… ridete, per carità! 😉

locandina_tarallucciscienza

Pronti per la Notte dei Ricercatori!

NottEuropea16web-2In 23 città italiane è già iniziata la settimana di appuntamenti con la scienza all’insegna del “Made in Science”. Il 30 settembre ci sarà l’evento clue: la Notte Europea dei Ricercatori 2016. Non volete mica perdervi questo importantissimo appuntamento, vero?

La Notte dei Ricercatori, manifestazione nata 11 anni fa e coordinata da Frascati Scienza, è il più importante appuntamento europeo di comunicazione scientifica grazie ai finanziamenti e al supporto della Comunità Europea, un evento di ampia portata che coinvolge oltre 300 città europee.

Gli eventi sono tantissimi e potete trovarli qui: http://www.frascatiscienza.it/pagine/notte-europea-dei-ricercatori-2016/programma/

Intanto ve ne segnalo alcuni tra quelli nelle città che mi sono più vicine:

A Bari, mia città natale, gli eventi si tengono nel suggestivo Fortino di Sant’Antonio Abate, presso il Lungomare Imperatore Augusto, organizzati dalla mia “famiglia universitaria”.

I ricercatori dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e del Dipartimento di Fisica dell’Università di Bari vi racconteranno fisica e ricerca accompagnati dalla proiezione di immagini e filmati. Gli studenti e i docenti del Corso di Laurea in Fisica dell’Università di Bari suoneranno musica classica e moderna per immergere ancora meglio il pubblico nei diversi racconti. Li conosco, vi assicuro che sono bravissimi!

Non perdetevi dunque i tre eventi:

Gli strumenti del fisico: dalle ore 16:00 alle ore 23:30, prenotazioni qui

Misurare la natura: dalle ore 16:00 alle ore 23:30, prenotazioni qui

Raccontare la fisica sotto le stelle: dalle ore 19:00 alle ore 23:30, prenotazioni qui

A Napoli ci sarò anche io, presso la stazione metropolitana “Toledo”, dove, se vi è mai capitato di prendere la metro da lì, avrete forse visto che c’è un telescopio sotterraneo per la rivelazione dei raggi cosmici. A partire da questo rivelatore si articolerà un percorso espositivo-divulgativo dell’attività di ricerca della sezione INFN di Napoli e dei gruppi associati del Dipartimento di Fisica dell’Università di Napoli “Federico II”. Parleremo dell’esplorazione del Cosmo e vi mostreremo un mini-interferometro come quello dell’esperimento VIRGO che, in collaborazione con l’americano LIGO, ha portato alla recente scoperta delle onde gravitazionali.

Per i più coraggiosi sarà possibile cimentarsi con l’analisi dei dati raccolti all’LHC Computing grazie a una moderna workstation di analisi dati e la guida degli esperti.

Infine, se preferite il mare, vi porteremo virtualmente negli abissi mostrandovi alcuni moduli dell’esperimento KM3NeT, un rivelatore sottomarino di neutrini ancora in costruzione.

Ma non è tutto!

L’Associazione PONYS sarà presente anche fuori dalla metro e vicino alle mura aragonesi con una serie di esperimenti di fisica “da tavolo” che vi stupiranno! Tantissime le piccole iniziative che abbiamo in serbo per grandi e piccoli, per catturare la vostra attenzione, stimolare la vostra curiosità e premiare coloro che avranno voglia di mettersi in gioco con noi!

Se Napoli è un po’ lontana perché abitate in provincia, vi segnalo che a Caserta ci sarà Spettri a Corte presso il Palazzo Reale di Caserta (Corso Trieste 2 – Caserta) dalle ore 19:00 a mezzanotte. Potete prenotarvi qui: http://www.matfis.unina2.it/ricerca/nottericercatori. Andandoci scoprirete la spettroscopia come strumento di conoscenza del mondo fisico, applicata all’ambiente, ai beni culturali, allo spazio e alla società.

Per maggiori informazioni: http://www.frascatiscienza.it/pagine/notte-europea-dei-ricercatori-2016   http://www.frascatiscienza.it

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(La cruda verità…)

Notte Europea dei Ricercatori 2016

Spesso pensiamo alla nostra Italia come un paese che va a rotoli, patria della pizza, sì, ma anche della corruzione, famosa all’estero per i suoi monumenti, “roba vecchia” che conosciamo in minima parte, e per il Made in Italy. Insomma, una bella serie di luoghi comuni e stereotipi, gli stessi che, quando li sentiamo da qualche straniero ci fanno un po’ arrabbiare.

Ma il nostro Paese non vive delle sole bellezze del passato: è anche proiettato nel futuro, all’avanguardia nella ricerca scientifica e tecnologica, nonostante gli scarsi finanziamenti pubblici e privati.

Dal 24 al 30 settembre si darà il via a una settimana di appuntamenti con la scienza all’insegna del “Made in Science”, che culminerà con la Notte Europea dei Ricercatori 2016.NottEuropea16web-2 Un brillante modo di far assaggiare a tutti la bellezza della scienza, la passione per la ricerca, le tecnologie e le innovazioni che da questa derivano.

In primo piano ci sarà il “processo di produzione della scienza”, uno degli aspetti più interessanti, a mio avviso, da mostrare a chi non si occupa di ricerca in prima persona, in modo da sfatare il mito che gli scienziati siano solo discendenti di Einstein, rinchiusi in laboratori coi loro camici bianchi e qualche provetta in mano.

Questa manifestazione nasce 11 anni fa, grazie ai finanziamenti e al supporto della Comunità Europea, e anche quest’anno sarà Frascati Scienza a coordinare la rete di ricercatori, università e istituti di ricerca lungo tutto lo stivale e a promuovere il più importante appuntamento europeo di comunicazione scientifica, un evento di ampia portata che coinvolge oltre 300 città europee.

In Italia il progetto vede impegnate 23 città – il doppio rispetto all’anno precedente, segno della crescita di questa bellissima manifestazione! – con oltre 200 eventi tra spettacoli, workshop e laboratori che coinvolgeranno il pubblico in prima persona.

Potrete trovare iniziative in moltissime città: Bari, Cagliari, Carbonia, Cassino, Catania, Ferrara, Firenze, Frascati, Genova, Gorga, Grottaferrata, Lecce, Milano, Modena, Monte Porzio Catone, Napoli, Palermo, Parma, Pavia, Reggio Emilia, Roma, Sassari e Trieste.

Tra i principali partner di Frascati Scienza vi sono enti di ricerca nazionali  quali ASI, CNR, ENEA, ESA-ESRIN, INAF, INFN, INGV, ISS, CINECA, GARR, ISPRA, CREA, Sardegna Ricerche, le migliori università della Penisola (Sapienza Università di Roma, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e Università degli Studi Roma Tre, Università LUMSA, Università di Cagliari, Università di Cassino, Università di Parma, Università di Sassari, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia) e la Regione Lazio.

Per maggiori informazioni:
http://www.frascatiscienza.it/pagine/notte-europea-dei-ricercatori-2016
http://www.frascatiscienza.it

Se un giorno un giornalista sportivo…

Nel paese di Italianolandia ci sono due squadre di calcio: i Pallapappa e i Bombitondi. In una importante partita, i Pallapappa segnano 4 gol nel primo tempo e 1 nel secondo tempo, mentre i Bombitondi, evidentemente non in formissima, rimangono a zero. I 5 gol di vantaggio fanno sì che i Pallapappa vadano in serie A.

Il giorno dopo, su un quotidiano ad ampia tiratura nazionale, nella sezione sportiva una giornalista (donna) racconta la partita, scrivendo che i Pallapappa hanno segnato 1 gol nel secondo tempo, che sommato ai 4 gol del primo fa sì che che raggiungano l’importante traguardo della serie A. Poi però scrive anche che in tutto il campionato i Pallapappa hanno segnato solo un gol. Fa un po’ di confusione tra rigore e calcio d’angolo e infine correda il suo articolo con la foto della vittoria della Juventus, nota squadra di un altro continente.

Ora, voi tifosi che leggete questo articolo non vi sentireste rimescolare le budella e non vi lamentereste dell’incompetenza della giornalista, chiedendovi chi l’ha assunta (sarà stata sicuramente una raccomandata) e perché il giornale non la licenzia visto che non dà informazioni corrette?

Però qualcuno potrebbe dirvi: “Suvvia, perché ti scaldi tanto? In fondo non cambia la vita se sul giornale ci sono informazioni sbagliate su una partita di pallone… e poi è una donna, cosa può saperne di calcio? Al massimo avrà notato che i giocatori avevano magliette di colori diversi abbinati in modo pessimo! I cronisti che hanno commentato i 90 minuti avrebbero potuto aiutarla e spiegarsi meglio.”
“Ma.. ma come scusa, se uno fa il giornalista sportivo non dovrebbe capirci qualcosa di quello che scrive?”
“Sì, dovrebbe, ma in Italianolandia questa è solo una utopia!”
“E poi non è che siccome è donna automaticamente non può capirne di calcio e dobbiamo scusarla! Se ha deciso di fare quel mestiere (o si è ritrovata a farlo) potrebbe almeno informarsi meglio, chiedere al suo vicino d’ufficio che ne capiva di più perché anche lui era calciatore e tutti sanno che non si perde una partita, o per lo meno consultare ciò che era già stato pubblicato su internet in abbondanza…” e mentre discutete col vostro amico notate che su un altro giornale come foto hanno scelto quella di uno stadio vuoto, di rugby però. Il sangue nelle vene ribolle sempre più.

Basta farsi un giro su internet per leggere un bel po’ di articoli sulla partita fatti bene, scritti in modo semplice, senza errori, né foto sbagliate. E gli autori non sono nemmeno giornalisti. Sono giovani (non solo maschi) che hanno tanta passione e invece di uscire a farsi una birra dopo la partita, si sono seduti davanti al pc e hanno scritto il loro articolo, in cambio di nulla, gratis. E prima di pubblicarlo sul loro blog, che sarà letto probabilmente da meno persone rispetto al quotidiano a tiratura nazionale, hanno chiamato un paio di amici presenti allo stadio per assicurarsi di ricordare bene chi avesse tirato il rigore, e il secchione dei tempi del liceo perché ne corregga la grammatica, e poi la mamma perché gli dicesse se capiva cosa era successo durante l’incontro pur non avendo mai visto una partita in vita sua. E vien fuori un articolo proprio bello. Dignitoso.

“Ma quante storie!”, vi fa l’amico che non si sa perché continua a difendere la giornalista che per voi è solo una scansafatiche che non merita i soldi che guadagna, “Devi sapere che secondo alcuni il prerequisito per scrivere alla portata di tutti è non sapere nulla dell’argomento che si sta trattando.”

Baby-Facepalm

FACEPALM

E infatti, secondo questa logica, nelle scuole per insegnare chimica bisognerebbe scegliere persone che la chimica non l’hanno vista nemmeno alle medie, così è sicuro che sapranno spiegarla benissimo, no? E per insegnare calligrafia un analfabeta.. il ragionamento non fa una piega!

Invece il conoscere a fondo un argomento, così a fondo innanzitutto da saperne i concetti in modo corretto, e in secondo luogo da saper distinguere cosa è indispensabile comunicare e cosa no, come semplificare ciò che è troppo complicato, senza che la semplicità implichi un’informazione parziale o sbagliata, è un peeessimo presupposto per essere capiti da tutti.

“Conoscere a fondo un argomento non significa saperlo spiegare”

Giusto. E infatti non tutti lo fanno e sanno farlo. Però alcuni sì. E altri hanno imparato. Altri ancora, invece, hanno studiato quel che basta per riuscire a capire di cosa sta parlando l’esperto, e sono specializzati nel fare da tramite tra l’esperto e il grande pubblico. Una sorta di traduttori, e i traduttori, per svolgere il loro compito, di lingue devono saperne due, non solo una. Sono questi “traduttori” che io chiamerei “giornalisti”.

L’Italianolandia è un paese dove le cose funzionano un po’ alla rovescia, o meglio, in tanti campi non funzionano proprio. Però il calcio è importante e io ci scommetto che la giornalista sarà stata licenziata e sostituita da un’altra giornalista, più scrupolosa e dedita al suo lavoro. Per fortuna si trattava di calcio, perché se invece si fosse trattato di un articolo della pagina scientifica non se ne sarebbe importato nessuno.

Chi segue il mio blog, o mi segue su facebook, o mi ha incontrato nelle ultime settimane sa bene da cosa è scaturito questo post, anzi, non appena l’avrà intuito si sarà messo le mani tra i capelli pensando: “ma ancora con questa storia??? Non è la prima volta che succede e non sarà nemmeno l’ultima, possiamo mica alzare tutto questo polverone per ogni articolo di un giornalista disgraziato?”. In effetti no, però stavolta l’ho fatto, perché era un argomento che mi riguardava da vicino e che potevo giudicare facilmente. Me la sono presa con un quotidiano in particolare, ma ce n’erano anche altri su cui si poteva stendere un velo pietoso.
Se sono tornata ad affrontare la questione è perché dopo la pubblicazione del primo articolo ci sono state un po’ di discussioni con conoscenti e amici (che ringrazio per il tempo dedicatomi), che mi hanno fatto riflettere e portato a elaborare questa metafora.

Ora, ultime precisazioni:
– può darsi che il mio discorso, rivolto a un ipotetico unico autore degli errori, vada suddiviso in più persone, nel caso in cui, per esempio, a scegliere le immagini di un articolo non sia l’autore stesso. La colpa non si dimezza in tal caso, ma raddoppia per chi doveva solo scegliere l’immagine e non ha saputo fare nemmeno quello;
– può darsi (dubito fortemente, ma la situazione delle redazioni dei giornali è tragica), che il giornalista inetto sia uno stagista non pagato. In tal caso sono comunque stupita del fatto che non ci si rivolga a qualcuno più bravo che già scrive gratis e che un giornale pubblichi articoli mal fatti. E rimprovero il quotidiano per lo sfruttamento dei suoi dipendenti come stagisti e tutte quelle altre cavolate che si inventano per sfruttare le persone disperate senza pagar loro uno stipendio.

Come avrete capito, il mio dente nei confronti di certi “giornalisti” è ancora parecchio avvelenato….. e lo sarà sempre fino a quando vedrò gente in gamba che fa cose gratis e gente indegna pagata (probabilmente) nonostante faccia male il proprio lavoro. Che poi, guarda caso, la gente indegna non si firma nemmeno.

Voci precedenti più vecchie

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